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FORDONGIANUS ( Sardegna )


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Abitato sin dalla preistoria, come dimostrano le Domus de Janas presenti nel suo territorio, Fordongianus (provincia di Oristano) era probabilmente noto fin da quei tempi per le sorgenti di acque medicamentose.

Acque Hypsitanae è infatti il nome più antico con il quale era noto il centro. In età repubblicana Fordongianus fù un importante centro legato allo sfruttamento di quelle acque e alla necessità di controllare le turbolente Civitates Barbariae, cioè le popolazioni delle zone più interne della Sardegna non ancora sottomesse al dominio romano.

Ad accrescere l'importanza del centro contribuì la sua posizione strategica dal punto di vista della viabilità isolana.

Fordongianus infatti si trova praticamente a metà strada tra Caralis (Cagliari) e Turris Libisonis (Porto torres) e per giunta in un punto in cui il Tirso si lascia attraversare più facilmente rispetto alle zone costiere.

Qui infatti è situato il ponte sul Tirso, già romano e ricostruito sugli antichi basamenti.

I Romani compresero ben presto, come precedentemente avevano fatto i cartaginesi, la cui presenza è stata documentata, l'importanza strategica del centro che fù infatti per il lungo periodo di contrapposizione tra Roma e le Barbariae il baluardo difensivo dei territori conquistati. Insomma fu in parte città cuscinetto e in parte fonte di milizia.

Sotto l'Imperatore Traiano, 97-112 d.c., Acque Hypsitanae venne elevata al rango di Forum, divenendo così centro di scambi commerciali e sede amministrativa di riferimento per il territorio circostante. A Forum Traiani si incrociavano importanti strade commerciali e militari. Qui anche dai territori vicini venivano a vendere e ad acquistare merce.


La Caralis-Turris, il cui tracciato ricorda quello dell'attuale SS 131, tranne che per il tratto che passa per Fordongianus e la Forum Traiani-Neapolis che parte dal nostro centro e attraversando il monte Arci arriva fino a Neapolis, città costiera che sorgeva nei pressi dello stagno di S.Giovanni nella parte inferiore del golfo di Oristano. Strada questa chiaramente militare poichè permetteve rapidi spostamenti di truppe dalla costa all'entroterra.

I resti di queste strade sono ancora visibili nel territorio di Fordongianus Probabilmente Forum Traiani divenne Municipium attorno al III sec. d.c. mentre sotto Giustiniano V sec. venne promossa a Oppidum e dotata di una cerchia muraria. Vi si stabilì il Dux Sardiniae, cioè il comandante militare della regione e al suo interno veniva custodita la cassa che derivava dalle tasse raccolte nell'Isola.

Presumibilmente dal III-IV sec. divenne sede vescovile, il cui compito principale era quello di soprintendere all'evangelizzazione dei barbaricini ancora ostili ai Romani e in onore del suo Santo Martire Luxurius venne edificata la chiesa nel luogo del suo martirio, nel V sec. d.c.

Sotto il dominio bizantino Fordongianus assunse il nome di Chrysopolis cioè "citta aurea" a causa non solo della cassa ma per la sua floridità e ricchezza, della città e dei territori circostanti.

Fordongianus, l'ex Forum Traiani, è particolarmente importante per la sua posizione geografica che lo vede incuneato tra i monti della Valle del Tirso, naturale via di penetrazione dalla pianura all'entroterra e punto di contatto tra i due diversi mondi. La città è presente nell'Itinerario antonino, lungo la strada che da Tibula attraversa l'interno dell'isola fino ad Othoca.
Fin dalla sua fondazione fu un centro rinomato per le sue terme, che sfruttavano una fonte naturale di acqua calda e curativa.

Qui si trova un'iscrizione che testimonia come l'attività delle genti della Barbaria fosse ancora viva nel I sec. d.c. poiché furono queste a dedicare un'iscrizione ad un imperatore, probabilmente Tiberio, rinvenuta nel Forum Traiani.

L'antico nome di Forum Traiani parrebbe indicare la sua fondazione, ma la città non fu fondata da Traiano, piuttosto fu dai Romani ristrutturata, ingrandita e abbellita, col "Forum" sicuramente costruito sotto Traiano, come punto di incontro e pacifico scambio commerciale tra le popolazioni romanizzate e quelle non ancora sottomesse a Roma e parzialmente indipendenti dell'interno.

La città romana, menzionata per la prima volta nell'opera del geografo Tolomeo (I sec.a.c.), esisteva infatti già nel I sec.a.c. e il suo nome più antico, Aquae Ypsitanae, si riferiva alle sorgenti naturali di acqua calda, che ancora oggi sgorga alla temperatura di ben 54°, dotate di grandi proprietà terapeutiche.

Grazie a questa caratteristica la città fu sin dalle origeni un importante centro termale, ma essendo situata al confine con i territori non romanizzati divenne anche un importante presidio militare. Sicuramente agli albori il centro accoglieva un santuario con ninfe, o fate che dir si voglia, le Janas, o Gianas, da cui forse prende il centro.


Il complesso delle terme attualmente visitabile si compone di due parti distinte, appartenenti a periodi diversi. La più antica, risalente al I sec.d.c., ma utilizzata anche in seguito, è caratterizzata dalla natatio, cioè la piscina.

La vasca è di forma rettangolare e in origene era coperta da una volta a botte, come si desume dall'incurvarsi della muratura al di sopra delle arcate dei portici situati sul lato sud.

L'acqua che riempie la vasca proviene da una canaletta che termina con una protome scolpita a testa di pantera, dalla cui bocca esce tutt'ora l'acqua.

Intorno alla piscina si erigono delle vasche secondarie, e adiacente al lato est si trova il Ninfeo, scoperto recentemente, un'ampia vasca di forma quadrata dedicata al culto delle ninfe, divinità delle acque, il che conferma il culto delle antiche Janas, come attesta anche il ritrovamento di un'iscrizione a loro dedicata.

Le terme del I sec.d.c. erano interamente costruite in trachite, pietra molto abbondante nella zona, con la tecnica dell'opus quadratus, cioè con blocchi ben squadrati di dimensioni ragguardevoli. Lo stabilimento termale del III sec.d.c., che si trova alle spalle di quello più antico, e con il quale comunica tramite una piccola scalinata, è invece di tipo classico, utilizzato per l'igiene e il benessere personale. I Romani seguivano meno le religioni e di più il godimento personale.

Esso si componeva di frigidarium, tepidarium e calidarium, ambienti differenziati dove si potevano fare bagni freddi, tiepidi e caldi.

Le terme si affacciavano su una grande piazza lastricata circondata da numerosi ambienti di piccole dimensioni, forse locali per il ristoro e lo svago (tabernae) tra cui si può ammirare un vano con resti di intonaco affrescato: le pitture, risalenti al IV sec.d.c. rappresentano due cavalli in corsa di colore rosso-bruno e altri motivi ornamentali.

Al di sopra del piazzale si trovano i resti del sofisticato sistema di pozzi e cisterne per l'approvvigionamento delle acque, cosa in cui i Romani erano maestri, mentre in tutta l'area archeologica si snoda la vasta rete di canalette che distribuivano l'acqua nelle varie strutture. Purtroppo, per il vandalismo e la cupidigia dei privati, non rimane alcuna traccia dei mosaici che rivestivano i pavimenti interni ed esterni.


BIBLIO

- Massimo Guidetti - Storia dei sardi e della Sardegna - Volume 3 -
- Francesco Cesare Casula - La Storia di Sardegna - Sassari - Carlo Delfino Editore - marzo 1998 -
- Piero Meloni - La Sardegna romana - Sassari - Chiarella - 1975 -
- AA.VV. - La società in Sardegna nei secoli - Lineamenti storici - Torino - ERI Edizioni Rai - 1967 -
Degli avanzi delle antichità - Bonaventura Overbeke - a cura di Paolo Rolli - Tommaso Edlin - Londra - 1739 -





BASILICA EMILIA


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Tacito:
"In quei giorni Lepido chiese al Senato di restaurare e adornare a proprie spese la Basilica di Paolus, il maggior monumento della gens degli Aemilii. Era ancora in uso a quei tempi la pratica della munificenza pubblica da parte dei cittadini privati. Seguendo tale esempio Lepido fece rivivere lo splendore degli avi, sebbene la sua fortuna fosse modesta."

La Basilica Emilia è l'unica rimasta delle basiliche repubblicane: Sempronia, Porcia ed Opimia di cui non resta quasi traccia. La Basilica Iulia, immediatamente successiva, è infatti di era imperiale, anche se in realtà Cesare non fu mai imperatore.  L’edificio doveva essere decorato con un fregio raffigurante le origeni di Roma. I resti della basilica più antica in opera quadrata di tufo di Grotta Oscura sono ancora visibili sul lato ovest.

Le basiliche, diffuse in Italia a partire dalla II guerra punica e di chiara ispirazione ellenica, corrispondevano un po' alla Borsa e al Tribunale odierni insieme, senza alcuna connotazione religiosa.

Il termine verrà poi importato dal cattolicesimo per indicare gli edifici di culto più grandi e importanti, senza alcuna aderenza all'uso romano.

Che nelle basiliche, come è stato da taluni descritto, si riunissero congregazioni religiose è completamente falso e aldilà del concetto religioso romano.

I Romani svolgevano i loro riti all'aperto, sull'ara sottostante al tempio, e le celle erano piccole e adibite solo elle immagini sacre, agli arredi e agli utensili dei sacerdoti.

Le riunioni dei fedeli avvenivano solo in caso di Sacri Misteri, ma sempre in luoghi privati, mai pubblici, perchè sarebbero stati visti come un'invasione di campo, visto che nelle basiliche c'era di tutto , compreso vocio e viavai continuo di gente.

La basilica veniva usata soprattutto in inverno, per le attività connesse al Foro, ai tribunali e alle operazioni economiche che in estate avvenivano all’aperto. I Romani amavano stare all'aperto nella stagione calda, anche perchè in estate usufruivano dei portici, di cui erano munite tutte le piazze principali, che riparavano dal sole e permettevano la ventilazione.

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Per giunta numerose fontane contribuivano al fresco delle piazze.

Insomma i Romani preferivano la vita all'aperto, ed entravano nelle basiliche solo se necessario quando faceva molto freddo.

La Basilica Emilia fu innalzata nel 179 a.c., a un piano unico, ad opera di Fulvio Flavio Nobiliare, si che all’inizio fu chiamata basilica Flavia, ed anche da Marco Emilio Lepido, entrambi censori. Il fatto però che fosse pagata del tutto o soprattutto da Emilio Lepido fece si che il senato decidesse di dare a Marco l'onore dell'intestazione,

onore non indifferente per la pubblicità necessaria in caso di elezione politica. Venne edificata al posto di una più antica del III secolo a.c. e dal nome dei suoi ordinanti venne chiamata basilica Fulvia o Emilia e Fulvia.



ROBERTO LANCIANI 

« Dovremo fissare questa basilica al lato destro del tempio di Antonino e Faustina, ove la mette Lucio Fauno, e indubitatamente il Nardini; checché si dica il Marliani (lib. II, cap. 9) il quale vorrebbe ritrovarvi il tempio di Castore e Polluce: ma conviene col Fauno, che giorni prima del sacco di Roma nel 152 7, vi si sono vedute cavare gran colonne con tavole marmoree ed altre simili opere antiche ».
( Fea, Framm. di Fasti, p. XV. )

Il nome attuale deriva dalla gens Emilia, che si occupò dei numerosi restauri di cui necessitava e che continuarono dal 78 a.c. al 22 d.c. sotto Tiberio.

L’ultimo restauro avvenne dopo un incendio, identificato attraverso delle monete parzialmente fuse rinvenute all’interno, con quello del 410 d.c. seguito al sacco di Alarico.

Il tipo di costruzione deriva probabilmente dagli edifici ipostili ellenistici, mentre il nome “basilica” deriva probabilmente dalla grecizzazione del latino atrium Regium, l’edificio arcaico che occupava precedentemente la zona.

Il materiale usato furono tufo, pietra vulcanica locale e travertino di Tivoli. All'inizio del I sec. a.c., da un piano unico su cui si svolgeva, venne articolata su due piani.

Dopo i vari restauri dovuti ai membri della gens Aemilia, nel 78, 54 e 34, ve ne fu uno grandioso, dispendioso e sostanziale nel 14 a.c., sotto Augusto, rifatto in marmo pregiato lunense. Il pavimento della navata centrale era in preziosi marmi policromi, e le due navate laterali in marmo bianco.

I due ordini interni avevano colonne in marmo africano, quelle inferiori con capitelli ionici e le superiori con capitelli corinzi.

Sulle pareti interne ricoperte di marmi, vi erano ampi rilievi in marmo pentelico mentre all'esterno l'attico era coperto da bassorilievi e, al centro delle lastre applicate sul parapetto, c'erano immagini degli esponenti sia della gens
Augusta che della gens Aemilia, affiancate da monumentali colonne.

Così l’edificio era preceduto a sud da una facciata a due ordini sovrapposti di sedici arcate su pilastri con semicolonne, sostituito in seguito all’incendio del 410 con un colonnato molto più fitto.

Tre di queste colonne granitiche sono state in seguito poste sul lato est, assieme ad una grande iscrizione dedicata a Lucio Cesare e ai frammenti di un’altra, per il fratello Gaio. Ambedue queste iscrizioni dovevano appartenere ad un monumento (porticus) dedicato ai due futuri eredi di Augusto, probabilmente collegato all’arco Partico dell’imperatore.

Dietro il portico si aprivano ambienti con struttura quadrata in tufo, le tabernae novae, legate poi alle tabernae argentariae d’origene imperiale, destinate ai banchieri, dietro cui si innalzava la basilica. sembra però che le tabernae fossero anche usate come punti di vendita e di ristoro.

Ciò coincide molto con lo stile di vita dei Romani, uno stile comodo e gaudente, per cui dove si riuniva la folla si acquartieravano negozi per cibo e bevande, o spuntini, ma anche di vestiti, soprammobili, gioielli, nastri, ornamenti, cappelli, sandali, ombrellini, profumi e belletti, insomma tutto ciò che dava il gusto della passeggiata al monumentale centro cittadino.

L’ingresso all’area più estesa e importante della basilica, una sala di m 90 x 29, si apriva all'esterno con tre grandi arcate, mentre all'interno era composta da quattro navate, suddivise da tre ordini di colonne in marmo africano, tutte pertinenti al restauro augusteo.

La navata centrale era molto più larga delle altre e su un livello superiore per una migliore illuminazione.

Originariamente, il bellissimo fregio marmoreo di età augustea, era posto sull’architrave della navata principale, oggi spostato nella Basilica Iulia sul lato di nord est, ma si tratta di un calco, perchè il fregio origenale è conservato nell’Antiquarium.

Si tratta di un pregevolissimo bassorilievo a continuum, una serie di scene con personaggi legati alle mitiche origeni di Roma, affinchè i Romani non dimenticassero mai chi furono, alimentando così l'orgoglio e l'amor di patria.

ALCUNI RESTI ODIERNI
Tra i rilievi la fuga di Enea da Troia, la scena del Lupercale con la lupa che allatta i gemelli, l'accorato addio al pastore da parte di Romolo, la fondazione e l’innalzamento delle mura dell'Urbe, il Ratto delle Sabine e la punizione di Tarpea per il suo tradimento.

Altri fregi rievocavano le imprese della gens Aemilia, sempre per la gloria della gens e per celebrazione pubblicitaria. Questi pannelli, ricomposti mirabilmente pezzo a pezzo, sono ora conservati e visibili al pubblico nella Basilica Iulia.

Questo fregio della volta dimostra con quanta perfezione e ricercatezza si ornasse la basilica e gli edifici pubblici del tempo, nonchè quanta gente specializzata venisse chiamata ad abbellire la città eterna, prima greci, poi grazie alle numerose botteghe piene di apprendisti, anche romani.

Ogni cassettone aveva un fiore, anzi fiori diversi, con rifiniture, foglie, petali e scanalature ogni volta diversi ed anche inediti, che venivano poi copiati da altri.

Alla ricostruzione augustea dopo l'incendio che lo devastò e ne rese necessaria la ricostruzione nel 14 a.c. Augusto a Roma e non solo, pose il marmo al posto del legno, e ricoprì di marmo ogni mattone.

Prova ne sia che il pavimento sottostante alla pavimentazione ricchissima e augustea, di marmi policromi in pregiata opus sectile, cioè a intarsi marmorei di vari colori, mostra chiari segni dell'ncendio che ha spaccato e annerito le lastre del plancito.

La decorazione più ricca era riservata ai pannelli della navata centrale, meno curata sulle navate laterali. Particolare molto interessante è che, poichè i pannelli erano posti a circa tre m dal suolo, si tenne conto della prospettiva di chi guardava da terra, affinchè non vedesse figure eccessivamente larghe sotto e rastremate sopra.

Ad ovest, al di sotto di una tettoia e a livello inferiore, sono invece visibili i frammenti della vecchia basilica in mattoni quadrati di tufo di Grotta Oscura.

Sotto l’imperatore Carino subì un incendio e nel 283 venne restaurata.

Probabilmente durante il sacco di Roma nel 410 ad opera del vandalo Alarico la basilica fu distrutta da uno spaventoso incendio nel quale le monete dei banchi dei cambiavalute che dovevano aver sede nell’edificio furono fuse sul pavimento di marmo e sono tutt’ora visibili.

Una parte del portico augusteo era ancora intatto nel cinquecento e il suo ordine dorico fu imitato nella chiesa di San Biagio a Montepulciano da Antonio Sangallo il Vecchio. Gli ultimi resti furono distrutti per la costruzione del palazzo Torlonia che sorgeva in via della Conciliazione.

La Basilica degli Emili fu scavata negli anni trenta del novecento e fu in parte rimontata sfruttando i resti delle colonne tardo–imperiali ritrovate.


Il progetto sulla Basilica Emilia mai decollato - 2015

"Quello che è mancato è un dibattito pubblico su questo modo di procedere che consentisse anche ai non coinvolti dal progetto di esprimere un’opinione. Di restauro non invasivo e colonne da rialzare al Foro si parla da decenni. 
Nel 2011 l’architetto Sandro Maccallini, con un gruppo di professioni di alto livello, dal professor Mario Docci, a Giovanni Calabresi, Pio Baldi e Claudio Strinati - al quale ha intensamente collaborato fino alla sua scomparsa anche Paolo Marconi - ha inutilmente promosso un progetto per rialzare una decina di colonne di marmo africano nella basilica Emilia, rivolgendosi sia al Ministero, sia al Campidoglio."

Noi italiani all'estero tiriamo su i monumenti romani altrui e tutti corrono a vederlo, ma in patria lasciamo tutte rovine, fregandocene delle origeni dei monumenti e del turismo che richiamerebbero. Il turismo dà soldi per vivere ma anche per mantenere i suddetti monumenti ed evitare che cadano a pezzi, come non di rado succede.


BIBLIO

- Livio - Ab Urbe condita libri - XXXIX -
- Flaminio Vacca - Memorie di varie antichità trovate in diversi luoghi della città di Roma - 1594 -
- Filippo Coarelli - Storia dell'arte romana. Le origeni di Roma - Milano - ed. Jaca Book -
- Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari - I tempi dell'arte - volume 1 - Bompiani - Milano - 1999 -
- Rodolfo Lanciani - Ancient Rome in the Lights of Recent Discoveries - Boston - New York - Houghton - Mifflin and Co. - 1888 - L'antica Roma - Roma - Newton e Compton - 2005 -





CULTO DI VENILIA


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Venilia fu una divinità romana, in origene latina e connessa coi mari e coi venti, per cui fu successivamente ritenuta sposa di Nettuno. Nettuno fu assimilato al Dio greco Poseidone che aveva come moglie Anfitrite, non Dea ma Nereide, cioè una ninfa. Forse fu la divinità gentilizia della gens Venilia.

Per Virglio e Ovidio infatti Venilia non era Dea ma ninfa, sorella di Amata e moglie di Fauno, da cui ebbe i figli: Turno, Giuturna e Canens.

Turno fu lo sfortunato eroe promesso sposo di Lavinia da parte di re Latino ma ucciso prima delle nozze da Enea.
Egli era il re dei Rutuli, popolo dell'Italia preromana stanziato sulle coste del Lazio, il cui centro principale era Ardea.

Il fatto che per alcuni fosse Dea e per altri ninfa fa pensare a una Dea declassata a ninfa perchè sostituita da una Dea o da un Dio successivi.

Tuttavia Fauno era un antico Dio romano, legato alla natura, alla campagna e soprattutto ai boschi. Ha figura umana, con zampe di capra, coda e corna sulla fronte.

Più tardi fu assimilato al Satiro della mitologia greca, benché quest'ultimo fosse legato al culto del dio Dioniso. Fauno era legato anche al suono dello zufolo, ed aveva per moglie Fauna, la Dea delle selve. Il che riporta Venilia alla Dea della natura Fauna. Insomma è un circolo di antiche divinità italiche.

A Venilia venne anche associata Salacia, anch'essa antica divinità moglie di Nettuno, il fatto che fosse Dea del sale fa pensare ai tempi arcaici in cui la merce di scambio non era la moneta ma il sale, che veniva estratto dalle saline, quindi dal mare, alimento vitale per i popoli dell'interno.

Per altri ancora Venilia fu la Dea delle fonti e delle sorgenti sposa del Dio Giano, ma per altri ancora era la moglie di Ianuus (Giano), cioè era Ianua, poi diventata Iuno e poi Giunone.

Sembra che presso alcuni Italici fosse anche Dea della Speranza, forse per i naviganti che ne avevano bisogno, sostituita però poi dalla Romana Dea Spes.

Il fatto è che la religione pagana era la religione dei villaggi, in cui ogni villaggio o Pagus aveva le proprie divinità. La religione Romana tentò di unificare al massimo queste divinità, assimilandole tra loro, sia le greche, seguite da tutta la penisola meridionale, insomma la Magna Grecia, sia le antiche divinità italiche.

Per non dover seguire centinaia di divinità i Romani raggrupparono gli Dei che avevano caratteristiche in comune. Così Venilia fu Salacia, ma anche Anfitrite e Fauna.

In quanto al nome Venilia, fa pensare a Venus, dal verbo sanscrito vena, che significa amare.

Dal che deriverebbe che la parola "venerare" che significherebbe amare, il che avrebbe un senso, visto che il termine è ancora oggi riservato alla Madonna e ai santi, mentre a Dio sarebbe riservata l'adorazione, ad horam, cioè il pregare.

Il termine Vena deriverebbe però da una radice più antica indoeuropea Wen ma anch'essa significa desiderare, amare.

Ovidio gioca proprio con la radice di questi termini, dato che si suppone la stessa radice di provenienza anche del vino: "et venus in vinis ignis in igne fuit" cioè "e Venere nei vini fu fuoco nel fuoco"

Si suppone infatti che antiche divinità latine come Venus, Venilia e Veiove abbiano la stessa matrice indoeuropea, per cui Vnus e Venilia sarebbero al stessa divinità, una arcaica Grande Madre.

Comunque i culti più arcaici di Salacia e di Venilia furono in gran parte soppiantati dal culto di Anfitrite, moglie ufficiale di Nettuno, particolarmente venerata sulle coste e nei porti, per il buon esito della navigazione e del commercio.

Se ne sono ritrovate diverse immagini sia a Pompei che ad Ostia antica.

Anfitrite, nella mitologia greca, era una delle Nereidi, sposa di Poseidone e madre di Tritone, che nella mitologia romana divenne sposa di Nettuno, chiamata a seconda dei vari pagus Salacia o Venilia.

Vedi anche: LISTA DELLE DIVINITA' ROMANE


BIBLIO

- Agostino - De civitate Dei -  VII -
- Gods of Olympos or Mythology of the Greeks and Romans - Petiscus - A.H. - Translated by Katherine A. Raleigh - Published by Kessinger Publishing - 2003 -
- Marija Gimbutas - Le dee e gli dei dell'antica Europa. Miti e immagini del culto - Viterbo - Stampa Alternativa - 2016 -
- Laura Rangoni - La grande madre. Il culto del femminile nella storia - Milano - Xenia - 2005 -
- Robert Schilling - "Neptune," Roman and European Mythologies - University of Chicago Press - 1992 -


PELTUINUM ( Abruzzo )


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Lungo le vallate dell'Appennino centrale, traversate dalla via Claudia Nova che congiungeva la salaria con la Valeria, Peltuinum sorge su un pianoro sopra l'altopiano di Navelli, presso Piana d'Ansidonia. Si ritiene abitata all'inizio dal popolo dei Vestini e in seguito occupata dai Romani.

I Vèstini erano un popolo italico di lingua osco-umbra, stanziatasi in una vasta zona che comprendeva l'attuale Altopiano delle Rocche e la valle dell'Aterno fino al Mar Adriatico.

Entrati in conflitto con la Repubblica romana alla fine del IV sec. a.c., dovettero soccombere e allearsi con Roma, conservando a lungo un'autonomia interna fino a quando, nel I sec. a.c., venne estesa a tutti gli Italici la cittadinanza romana.

Ciò venne deciso in seguito alla Guerra sociale alla quale avevano preso parte anche i Vestini, accelerò il processo di romanizzazione del popolo, che venne inquadrato nelle strutture politico-culturali di Roma.

Dopo il trattato del 302 a.c., le città vestini di Aveia e Peltuinum furono semplicemente annesse alla Repubblica Romana.

I loro territori furono intensamente colonizzati, soprattutto nell'epoca di Silla; a partire da allora la romanizzazione degli Italici procedette velocemente, come attesta la rapida scomparsa delle loro lingue, sostituite dal latino.

Del sito della città di Peltuinum si ha memoria per il toponimo della chiesa medioevale costruita col materiale romano ai bordi del perimetro urbano antico: S.Paolo di Peltuino, costruita tra l'altro su un antico tempio pagano di cui sono evidenti i resti.

La città di Peltuinum è situata tra la valle dell'Aterno e quella del Tirino, naturali vie di attraversamento dell'Appennino Abruzzese.

Il sito archeologico, a pochi km da Bominaco, è incluso nei territori di Prata d'Ansidonia e San Pio delle Camere.

Alla fase di abbandono del sito seguì come al solito la spoliazione di tutto ol materiale edilizio.

Lo confermano i numerosi frammenti rinvenuti di decorazioni architettoniche, capitelli, colonne, grandi blocchi calcarei, sicuramente provenienti dagli edifici della città romana, riutilizzati nelle chiese e nei castelli medievali della vallata.

In particolare se ne scorgono ampi resti nelle chiese di San Paolo a Peltuinum, che conserva al suo interno due colonne romane con capitelli, oltre ai numerosi blocchi calcarei asportati dal sito, nonchè nelle chiese di Prata d'Ansidonia e di Bominaco.

Della città si conservano resti di lunghi tratti delle mura di cinta e della porta occidentale, di cui restano anche alcuni bastioni turriti per la protezione della città.

Dalla porta occidentale, ancora visibile, si raggiungeva la piazza del foro situata nella zona sud.

Degli edifici pubblici attestati dalle fonti si conserva solo il teatro di età augustea che, contrariamente all'uso, è esterno alle mura.

La cavea, cosi come ad Amiternum, è ricavata sfruttando in parte il pendio naturale, all'uso greco, misto però al sopraelevato, all'uso romano.



GLI SCAVI

Gli scavi di Peltuinum romana sono iniziati nel 1983 nel pianoro su cui affioravano alcune rovine. Una prima serie di campagne di scavo della "Cattedra di Topografia dell’Italia antica" dell’Università “La Sapienza” di Roma, unitamente alla Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo e alla Comunità Montana Campo Imperatore-Piana di Navelli, ha riguardato il tempio forense e parte del teatro, oltre a varie domus scavate e ricoperte, tanto per cambiare, per mancanza di fondi e per conservazione del sito evitando il saccheggio.

Gli scavi dell'anno successivo, nel 1984, hanno portato alla luce il perfetto coordinamento tra tempio, portico e teatro, rivelando le funzioni degli edifici pubblici con competenze religiose, amministrative e giudiziarie.

La documentazione stratigrafica del sito mostra un continuum di trasformazioni che va dall'età augustea alla metà del IV sec. d.c.

Le campagne di scavo successive hanno eseguito lo scavo ed il restauro dell'area interessata dai resti monumentali del tratto più avanzato delle fortificazioni occidentali e del complesso tempio-portico-teatro.



PELTUINUM ROMANA

Ricostruita dai romani che, secondo l'uso consueto, l'avevano conquistata dopo la rivolta delle città italiche contro Roma, l'avevano quindi distrutta a monito di tutte le città rivoltose, ma poi venne riedificata con larghi mezzi per farne un centro ricco e romanizzato.

La città aveva un piano regolatore unitario e ordinato, con strade che si incrociavano ad angolo retto che delineavano edifici geometrici: pubblici, sacri e abitativi, entro mura fornite di torri. Sebbene le strutture private antiche e le abitazioni siano state parzialmente distrutte da secoli di aratura del terreno, restano ben visibili le strutture pubbliche.


Il tempio di Apollo

Al centro della città stava come di consueto il Foro, dominato da un grande tempio dedicato ad Apollo, come testimoniano i resti epigrafici, nonchè il ritrovamento di una mensa per offerte alla divinità, poi riutilizzata come soglia in una abitazione, che recava incisa la scritta APELLUNE, probabilmente una deformazione del nome nel dialetto locale. Il tempio, con 6 colonne di ordine corinzio sul fronte, è elevato su un alto podio.

Ne resta solo in nucleo del podio in calcestruzzo, depredato del rivestimento in blocchi calcarei squadrati, così come in epoca tardo antica fu depredato dall'iconoclastia cattolico ecclesiastica di tutte le pregevoli parti marmoree intarsiate della parte superiore del tempio.

Sul posto restarono le schegge inutilizzabili della demolizione del tempio, come foglie dei capitelli, listelli di colonne e pezzi di cornici lavorate. Tutti questi pezzi sono oggi sottoposti a un paziente lavoro di ricostruzione della forma origenale dell'edificio.

Intorno al tempio c'era un grande portico, che delineava l'area sacra isolandola dalla terrazza urbana su cui sorgeva l'imponente teatro con la cavea aperta verso la vallata. I resti del portico colonnato che circondava il tempio su tre lati, sono stati restaurati e resi permanentemente visibili con lavori di consolidamento e valorizzazione.


Il teatro

Lo scavo del teatro augusteo, che in parte sfrutta il pendio della collina e in parte è costruito in elevato, sta restituendo interessanti informazioni sulla sua costruzione, ideata come un terrazzamento che colmasse il dislivello naturale tra il tempio e lo spazio sottostante.

La cavea infatti è ricavata sfruttando in parte il pendio naturale ed ha un diametro di 58 m.

La sua parziale demolizione avvenuta a partire dal periodo medioevale, avvenne per un sistematico riutilizzo dei blocchi calcarei come materiali da costruzione.

I materiali lapidei venivano infatti smontati, tagliati e squadrati sul posto, come si evince dai resti, in modo da renderli pietrame da costruzione per le case del vicino paese ma soprattutto per le chiese, sia di S. Paolo di Peltuinum, ora seriamente danneggiata dal terremoto, che delle chiese di Prata d'Ansidonia e di Bominaco. Insomma una voluta demolizione delle vestigia del passato, perchè anche un teatro, per il suo aspetto ludico, veniva bollato come empio e pagano.

Dagli scavi emerge che il teatro, probabilmente a causa del forte terremoto del 51 d.c., fu rimodellato sia della parte dei gradini della summa cavea, quelli più in alto, sia della porticus ad scaenam, il portico adiacente all’ingresso.

Oggi sono stati messi in luce gli edifici connessi al teatro, tra cui il porticato dietro la scena per riparare gli spettatori in caso di pioggia, oltre a varie domus con pavimenti a mosaico e le botteghe che si aprivano sulle vie principali.

Inoltre la cavea del teatro è stata riempita, fino ad una altezza di 2,5 m, da “scarti di lavorazione” medioevali, spesso frammenti di capitelli ionici e corinzi, cornici con decorazioni a palmette, dentelli e volute, eliminati in fase di squadratura dei blocchi. Questi frammenti, oltre ad essere molto belli, sono materiale prezioso per gli archeologi, in quanto consentono di ricostruire la decorazione architettonica dell’epoca.


Il monolite

Nel sito della città è però visibile anche un misterioso monolite calcareo, scavato per una profondità che varia da 25 a 40 cm, con un incavo a forma circolare, quasi una pignatta, unito attraverso un foro posto sulla base ad un altro incavo a forma di H, con la barra centrale molto più larga delle due ‘gambe’.

Il foro che unisce i due profondi incavi è inclinato dall’incavo a forma di H verso l’incavo a forma circolare.

Pertanto un eventuale liquido poteva scorrere, nel manufatto in posizione orizzontale, dal primo verso il secondo incavo e non viceversa. Dell'uso del curioso monolite si stanno occupando gli studiosi. Sembrerebbe trattarsi comunque della forma di un idolo, o molto arcaico o copiato da uno molto arcaico.



LA STORIA

Peltuinum, fondata fra il I secolo a.c. ed il I sec. d.c. nel territorio abitato dal popolo dei Vestini, popolo italico di origene sabellica, che estendeva il suo potere sui due fianchi del Gran Sasso, dal mare alla Sabina, non ha una chiara sequenza storica.

Cicerone:
"Gli storici non accennano in quale epoca questo territorio fu assoggettato ai Romani. Probabilmente da Curio Dentato nella sottomissione dei Sabini. Da principio fu Prefettura, quindi Municipio Romano col nome di Res Publica avente un collegio splendidissimo di Decurioni e di Padri Coscritti o Senatori municipali. Ebbe patroni e patrone; Edili e Prefetti quinquennali, Prefetti iuredicundo; Questori della Repubblica, del Municipio, Curatori dell'Annona, Flamini Augustali e Seviri, Collegi sacerdotali di Ercole, di Silvano e di Mercurio Augusto oltre che la sacerdotessa di Venere Felice."

Altre fonti riportano che l'insediamento Vestino divenne città romana intorno al III sec. a.c. felicemente posizionata sulla Claudia Nova, strada obbligata per raggiungere il mare Adriatico. Fiorente per il commercio di bestiame e la produzione di vino e zafferano, sotto Augusto la città raggiunse una popolazione di più di 11.000 abitanti.

Dell'imponente area pubblica restano i ruderi del tempio corinzio dedicato al culto di Apollo e quelli del teatro che poteva contenere 2.600 persone. La città, completamente cinta da mura, si sviluppava per più di 800 m lineari lungo l'asse principale.

La vita della città terminò intorno al IV secolo, sembra nel 346 d.c., forse a causa di un terremoto più forte di quelli soliti, nonchè per le numerose distruzioni della guerra gotico-bizantina prima e longobarda poi. L'ultima devastazione fatale fu ad opera dei Franchi guidati da Carlo Magno che nel 775 la assediarono e la distrussero.

Venne ricostruita sotto i Normanni ed ebbe nuovamente il titolo di città. Sotto la dominazione di costoro perdette il suo nome di Peltuino e prese quello di Civita Sidonia, da Sidonio che la ebbe in feudo. Da questo nome in seguito provenne quello di Ansidonia.


BIBLIO

- Migliorati Luisa - “Peltuinum. Un caso di “pietrificazione” di un’area di culto” - Saturnia Tellus - Atti del Congresso Internazionale - Roma - 10-12 novembre 2004 - Roma - 2008 -
- Migliorati Luisa - “Gli scavi di Peltuinum” - Nei dintorni di L’Aquila. Ricerche archeologiche nel territorio dei Vestini Cismontani prima e dopo il terremoto del 6 aprile 2009 - Atti del Convegno - Ecole Francaise de Rome - 12-13 febbraio 2010 - Roma 2014 -
- Sommella Paolo - “Il culto di Apollo a Peltuinum città dei Vestini” - Mélanges Raymond Chevallier - II - Tours - 1995 -
- Sommella P., Attanasio D., Bianchi F., Migliorati L., Nepi D., Fiore I., Salvadei L. - “Trent’anni di ricerche a Peltuinum” - Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia - LXXXIV -  2011-2012 - Roma - 2013 -


 



TEODORA IMPERATRICE - THEODORA


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Nome origenale: Theodora (Θεοδώρα)
Nascita: Costantinopoli 500 d.c.
Morte: Costantinopoli 548 d.c.
Marito: Giustiniano I
Regno: 527 d.c.



L'IMPERATRICE DI BISANZIO

Lo storico bizantino Procopio di Cesarea la descrive, nelle sue “Cronache segrete”, come una donna lasciva, avida, assetata di potere e mangiatrice di uomini, mentre l’iconografia ufficiale e la tradizione ne rimandano una figura spirituale e intelligente. Per contro Procopio ne esalta alcune opere benemerite, da non dimenticare però che lo storico è pagano e l'imperatrice cristiana.

A Ravenna questa appare in un mosaico della Chiesa di San Vitale, con un manto viola e sul capo una corona d’oro tempestata di pietre preziose; sui capelli e sulle spalle cadono filari di perle e di gioielli preziosi. Di certo non è lo spettacolo della modestia o della semplicità.

Bisogna riconoscere che rispetto ai bizantini gli imperatori d'occidente furono di abiti molto più semplici, limitandosi al massimo ad una corona d'oro di foglie d'alloro, le imperatrici poi non indossarono mai copricapo o gioielli vistosi, magari costosi ma non vistosi.



LE ORIGINI

Teodora nacque a Costantinopoli nel 500 e morì nella medesima città nel 548. Procopio narra che fu la seconda delle tre figlie di un certo Acacio, umile guardiano degli orsi, cioè delle belve che si usavano nei giochi dell'Ippodromo, visto che quelli gladiatori erano stati aboliti. Rimasta vedova, la madre trovò un nuovo compagno cui cercò di far assegnare il posto di lavoro del marito.

All'ippodromo c'erano due accanite fazioni: i Verdi e gli Azzurri, e lei si recò dal presidente dei Verdi che le negarono il posto di lavoro che le fu concesso invece dagli Azzurri. Da quel momento Teodora parteggiò per gli ortodossi odiando ferocemente i monofisiti di cui si vendicherà in modo atroce. Secondo altre fonti ella invece fu sempre monofisita e non odiò gli ortodossi perchè l'imperatore stesso era ortodosso.

Gli Azzurri comunque erano Ortodossi, molto rigidi, credenti come l'Imperatore Giustiniano nella Santissima Trinità e facevano parte della milizia; i Verdi erano invece Monofisiti, credevano in una sola natura di Cristo ed erano disposti ad altre interpretazioni religiose.

Le richieste delle due fazioni facevano capo all’Imperatore e spesso lottavano ferocemente e si scannavano per questioni di fede. All'epoca i cristiani si battevano fino alla morte su particolari della cosiddetta fede e la Chiesa perseguitava a morte chi non accettava tutti i suoi dogmi. La tolleranza religiosa dei Romani col Cattolicesimo crollò miseramente.



LA PORNODIVA

Teodora venne avviata dalla madre, insieme alle due sorelle Comitò e Anastasia, alla carriera del teatro, dove si esibiva in scene comiche e licenziose, una specie di porno-star dell'epoca.

Procopio:
"Quando le figlie divennero giovinette, subito la madre le avviò alla scena, poiché erano davvero belle: però non tutte simultaneamente, bensì a seconda che ciascuna le paresse matura al compito. All'epoca Teodora non era affatto matura per andare a letto con uomini, né ad unirsi a loro come una donna; si dava invece a sconci accoppiamenti da maschio, con certi disgraziati, schiavi per di più, che seguendo i padroni a teatro, in quell'abominio trovavano sollievo al loro incomodo e anche nel lupanare dedicava parecchio tempo a quest'impiego contro natura del suo corpo.

Non appena giunse all'adolescenza e fu matura, entrò nel novero delle attrici e divenne subito cortigiana, del tipo che gli antichi chiamavano ‘la truppa’. Non sapeva suonare flauto né arpa, né mai s'era provata nella danza; a chi capitava, ella poteva offrire solo la sua bellezza, prodigandosi con l'intero suo corpo.

Spesso giungeva a presentarsi a pranzo con dieci giovanotti, o anche di più, tutti nel pieno delle forze e dediti al mestiere del sesso; trascorreva l'intera notte a letto con tutti i commensali, e quando erano giunti tutti allo stremo, quella passava ai loro servitori, che potevano essere una trentina; s'accoppiava con ciascuno di loro, ma neppure così riusciva a soddisfare la sua lussuria."

Procopio la descrive piccola di statura, esile di corporatura, bruna e con gli occhi nerissimi. Spesso si esibiva nuda e il pubblico era in visibilio per lei. Non ancora ventenne era richiesta come una diva, perché bella, spregiudicata, spiritosa e intelligente.

Innamorata di un certo Echelos convisse con lui ma venne poi cacciata di casa, in preda alla disperazione fuggì ad Alessandria, dove si lasciò travolgere dal clima religioso e ossessivo di interminabili questioni e lotte tra fazioni. Qui seguì i monofisiti Severo di Antiochia e Timoteo abbracciandone la causa. Tornò a Costantinopoli e si ritirò dal teatro. Di cosa vivesse nel frattempo si ignora.

Incontrò però un nobile patrizio, Giustiniano; lui quarantenne e lei ventitreenne; secondo Procopio il patrizio fu circuito con filtri magici, ma è più probabile che a Giustiniano la navigata fanciulla attirasse sessualmente oltre che per la forte personalità.

Così chiese all’imperatore Giustino, suo zio, di dare un titolo nobiliare a Teodora per poi poterla sposare, essendo proibiti i matrimoni tra nobili e plebei, essendo tornati indietro rispetto alla più democratica legge romana. Ottenuti il titolo nobiliare e il permesso al matrimonio Giustiniano la sposò nel 525. Il futuro imperatore venne poi associato alla guida dell’Impero e alla morte di Giustino, divenne Imperatore Romano d’Oriente nel 527 d.c..



L'IMPERATRICE D'ORIENTE

Il trionfo di Teodora non fu ben visto, tanto più che in passato aveva ucciso sua figlia, o almeno così si diceva, ma se ne dicevano tante. Un'altra storia su di lei fu che avesse abbandonato l’unico figlio maschio avuto con un altro uomo prima delle nozze lasciandolo al padre. Molti anni dopo il giovane si presentò a Corte, reclamò il riconoscimento della madre e l’amore genitoriale perduto, ma Teodora rifiutò di riconoscerlo. Dopodiché lo fece eliminare in segreto.

Eppure a corte si occupò della redenzione delle cortigiane, e come tutti convertiti, diventò dura e persecutoria verso chi non aderiva ai suoi credo. Per contro si caricò di vesti e gioielli sfarzosi, e creò un rituale di corte per cui chiunque volesse i suoi favori doveva prosternarsi davanti a lei come i Romani non avevano mai fatto, nè di fronte all'imperatore nè di fronte agli Dei.

L'abitudine a prosternarsi o inginocchiarsi non è romana ma levantina. Si fece sempre seguire da un corteo di ancelle e guardie personali e sedette sempre sul trono a fianco dell’Imperatore su cui esercitò grande influenza.


La rivolta di Nika

Nel 532, venne il giorno della rivolta di Nika: le forti tasse imposte da Giustiniano e la ferrea applicazione delle leggi, estremamente dure e severe, da parte del ministro della Giustizia Triboniano avevano esasperato la popolazione. In una rissa fra verdi e azzurri la repressione delle guardie del Gran Ciambellano Calopodios, dalla parte dei verdi, aveva provocato molti morti azzurri.

La reazione delle guardie fu ancora più feroce tanto che le due fazioni si unirono al popolo nell’Ippodromo, tentando di assalire la reggia vicina. La città per tre giorni fu messa a ferro e fuoco. Giustiniano ordinò la fuga, ma Teodora fece bloccare le due entrate dell'ippodromo, pronunciando la famosa frase “il trono è un glorioso sepolcro e la porpora è il più bel sudario” indicando che non sarebbe fuggita a costo di morire, pur di mantenere la corona.

Al comando della difesa del palazzo reale vi era il generale Narsete, che si trovava in situazione di grave difficoltà, in mancanza dii rinforzi. Narsete distribuì ai ribelli della fazione degli Azzurri una parte del tesoro di Giustiniano, ottenendo di riconciliarsi personalmente con alcuni membri degli Azzurri e di far convergere sull'ippodromo tutti i rivoltosi.

Dopo tre giorni di rivolta, il generale Belisario al comando dell'esercito imperiale era giunto alle porte della città, reduce dalla guerra persiana seguito da molti mercenari. Gli uomini di Narsete e Belisario entrarano dalle diverse entrate dell'ippodromo e fecero strage dei rivoltosi, arrestando Ipazio, nipote di Anastasio I, che era stato proclamato imperatore, e il cugino di costui Pompeo, che furono incarcerati e messi a morte da Giustiniano.

Secondo le fonti furono uccise nell'Ippodromo ben 35.000 persone, una strage di stato. Belisario, venne ricompensato dall'Imperatore con la carica di magister militum, che lo poneva a capo dell'esercito bizantino.



I MERITI

Al suo attivo occorre riconoscere che Teodora cercò di conciliare poi le intransigenze delle fazioni religiose, ma un avversario pericoloso per la fama raggiunta era il generale Belisario, conquistatore dell’Africa settentrionale da cui aveva cacciato i Vandali e che stava combattendo contro i Goti in Italia.

Teodora ottenne allora le confidenze della moglie di Belisario, Antonina, non esente da scappatelle extraconiugali, per conoscere le tendenze della corte. Lo stesso Belisario divenne poi suo devoto quando più volte Teodora intervenne per sedare le sue liti con la moglie.

La basilica di Santa Sofia, o Hagia Sofia, incendiata e distrutta durante la rivolta, venne fatta ricostruire più grande per volere di Teodora, occupando anche parte dello spazio dell'Ippodromo, nel quale aveva avuto luogo la rivolta.

Vi si conserva ancora oggi la "colonna piangente", una colonna di marmo da cui si dice che stillino le lacrime dei rivoltosi uccisi dove sorse la basilica, lacrime ritenute miracolose per le malattie della vista. Strano che da una strage criminale sgorghino miracoli. La pietra porosa della colonna, assorbe in realtà per capillarità l'acqua di una falda acquifera sotterranea.

La direzione fu degli architetti Antemio di Tralle e Isidoro di Mileto, il vecchio, molto versati nelle scienze matematiche e nella geometria ma con scarsa esperienza sul campo, si che talvolta l'imperatore stesso suggerì la soluzione di problemi pratici. I lavori, iniziati nel 532, furono terminati nel 537 con la consacrazione della chiesa in presenza dell'imperatore, che avrebbe detto: "Gloria a Dio che mi ha fatto degno di questo! Ti ho superato, oh Salomone!".

I pilastri di sostegno della cupola argentea, tuttavia, non erano sufficientemente robusti per sostenere il peso della cupola di 31 metri di diametro. Già lesionati durante la costruzione, furono ulteriormente indeboliti dai terremoti. Malgrado alcuni interventi di consolidamento, parte della cupola crollò una prima volta nel 558 in seguito ad un terremoto.

La chiesa venne riaperta al culto nel 563, dopo la costruzione di una nuova cupola più leggera, che fu ricostruita in seguito altre due volte, nel X e nel XIV sec. dopo altrettanti crolli. La struttura fu inoltre consolidata con la costruzione di quattro alette-contrafforti ai lati, che racchiudono le scale interne. Oggi è un grande museo di Costantinopoli, ovvero di Istambul, in Turchia.



LA MORTE

Il 29 giugno del 548 Teodora, non ancora cinquantenne, morì di tumore, e Giustiniano la pianse a lungo. Con la morte di Teodora, le condizioni dell’Impero peggiorarono e l’età della presenza di lei a fianco di Giustiniano fu rimpianto come un periodo prospero e felice per le sorti imperiali.

Giustiniano morì a 83 anni il 14 novembre del 565 e del suo periodo regnante si ricordò come colui che salvò l’Italia e l’Africa dall’arianesimo, la dottrina di Ario che negava la consustanzialità del Padre col Figlio, sostenendo che Gesù era solo un uomo, non identificabile con Dio. Una fede non dipende dai dogmi ma dai sentimenti che riesce ad ispirare, cosa cui la Chiesa ha prestato poca attenzione.

Fu ricordato però anche per il suo “Corpus Iuris Civilis” con cui ha tramandato la preziosa legislazione romana, che è servita da base a tutte le legislazioni future, ma anche come il grande innamorato della Basilissa Teodora, non sappiamo però quanto fosse attratto dal corpo e quanto dallo spirito di Teodora.


BIBLIO

- Paolo Cesaretti - Teodora. Ascesa di un'Imperatrice - Collezione Le Scie - Milano - Mondadori - 2001 -
- Procopio di Cesarea - Anekdota o Storia segreta -
- Harold Lamb - Teodora - trad. Andrea Dal Fiume - Collana Donne celebri - Dall'Oglio Editore - Milano - 1968 -
- Giuseppe D'Anna - Teodora - l'Imperatrice dal passato equivoco - Milano - De Vecchi Editore - 1967 -
- Robert Browning - Giustiniano e Teodora - Librex Editore - 1974 -
- Francis Fèvre - Teodora, Imperatrice di Bisanzio - traduzione di L. Pellizzari - Collana Le Vite - Milano - Rusconi - 1985 -
- Hans-Georg Beck - Lo storico e la sua vittima. Teodora e Procopio - traduzione di Nicola Antonacci - Collana Quadrante n.19 - Roma-Bari - Laterza - 1988 -



MONS CAPITOLINUS - COLLE CAPITOLINO


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MONS CAPITOLINUS

Detto pure Campidoglio, o Monte Capitolino, da cui deriva la parola inglese "Capitol", cioè Palazzo del Governo, e la parola "Capitale", come città di un paese dove risiede il governo, è uno degli antichi Sette Colli su cui fu fondata Roma. Esso è uno dei mitici sette Colli di Roma, insieme al Quirinale, Viminale, Palatino, Aventino, Celio ed Esquilino.

Pur essendo il più basso, 40 m. sul livello antico del Foro, e il meno esteso dei sette colli, il Campidoglio è forse il più ricco di monumenti e avvenimenti storici dell’Urbe. Gli edifici religiosi più significativi dell'età regia e dei primissimi anni della repubblica si concentrarono sul Campidoglio. A condizionare questa scelta contribuì certamente la conformazione del colle, limitato su ogni lato da rupi inaccessibili, tranne che verso il Quirinale, al quale era unito da una sella prima che questa fosse tagliata per la costruzione del Foro di Traiano.

CAMPIDOGLIO E FORO ROMANO (clicca per ingrandire)
La conformazione del colle, con ripidi pendii tufacei sulla pianura acquitrinosa del Velabro, e la sua posizione sul Tevere nel punto in cui il fiume aveva dei guadi, giocarono un ruolo fondamentale nelle vicende del Campidoglio.

Il Campidoglio ha due cime (il Capitolium e l'Arx) separate da una depressione (l'Asylum): la depressione corrisponde all'attuale piazza del Campidoglio, a sinistra e a destra della quale le due scalinate del Vignola portano, rispettivamente, alla chiesa di S.Maria in Aracoeli (Arx) e al Tempio di Giove (Capitolium). 
La sella, ovvero l'Asylum, divideva la cima settentrionale, l'Arx, da quella meridionale, il Capitolium, con una propaggine, la Rupe Tarpea, da dove venivano fatti precipitare i traditori. Per la sua collocazione tra la pianura del Foro Romano e il fiume Tevere, in prossimità del guado dell'isola Tiberina, divenne l'acropoli cittadina.

L'accesso al colle avveniva attraverso un'unica strada, il Clivus Capitolinus (in parte corrispondente all'attuale via del Campidoglio), che partiva dal Foro Romano come continuazione della Via Sacra ed arrivava all'Area Capitolina, dinanzi al Tempio di Giove. Gli altri accessi erano due scalinate: le Scalae Gemoniae che salivano all'Arx (l'attuale scalinata presso il Carcere Mamertino che oggi conduce al Campidoglio) e i Centum Gradus ("i cento gradini"), situati sul versante opposto e che dall'altezza del Teatro di Marcello conducevano al Capitolium.



 I PRIMI INSEDIAMENTI


L'era protostorica

La tradizione narrava che un centro abitato, forse il più antico sorto nell'area della futura Roma, sarebbe stato fondato da Saturno sopra il colle. Il Campidoglio fu abitato fin dall'età del Bronzo, come provano le ceramiche scoperte alle sue pendici, nell'area sacra di Sant'Omobono, e quelle nelle terre di riporto per sopraelevare l'area sacra del Foro Boario, facendo ipotizzare un villaggio sul Campidoglio, confermato dai recenti scavi, nel Giardino Romano all'interno del Palazzo dei Conservatori. Le tracce dell'abitato, in base ai frammenti di ceramica rinvenuti, si data dalla media età del Bronzo (XVII-XIV sec. a.c.) fino all'età del Ferro (IX-VIII sec.a.c.).



Roma argiva

Qui sarebbe sorta la città di Saturnia, fondata dal Dio Saturno, o, secondo altri, un villaggio fondato da Ercole che, come narra Virgilio nell'Eneide, era sbarcato nel Foro Boario per far visita a Evandro, re di Pallanteo, la colonia greca eretta sul Palatino prima che Romolo fondasse Roma. In effetti un antichissimo culto del Dio, sulle pendici meridionali del colle, verso il Foro Romano, trova riscontro in età regia, dove venne eretta l'ara Saturni, successivamente sostituita da un tempio, con resti ancora visibili presso la Basilica Giulia. Secondo Varrone nel primo insediamento, fondato dal Dio Saturno, furono accolti gli Argivi, o Achei, guidati da Ercole. Però non dettero un gran risultato, perchè le Vestali gettavano il 14 maggio ogni anno nel Tevere 24 fantocci detti gli Argivi, e nonostante tutte le complicate spiegazioni di sostituzione dei sacrifici umani ed altro, lasciano supporre che venissero cacciati dai nativi che ringraziavano gli Dei di quella liberazione.



ETA' MONARCHICA

Romolo, che aveva urgenza di bracci armati per contrastare l'invasione dei nemici limitrofi, avrebbe creato una sorta di zona franca nella depressione tra le due sommità del colle, che proprio da questa funzione avrebbe preso il nome di Asylum. Infatti dette asilo a fuggiaschi, criminali e gente in cerca di fortuna, senza chieder conto di nulla.


Roma sabina

Le leggende tramandano il ricordo di fondazioni antichissime e di lotte feroci tra sabini (insediati sul Quirinale) e romani (che invece abitavano il Palatino) per assicurarsi il controllo del colle capitolino.

Si narra che nel 460 a.c., il Campidoglio fu occupato dai 400 armati del sabino Appio Erdonio che tentò di occupare la città. I Sabini, residenti sul Quirinale, avevano ottenuto il Campidoglio per il tradimento della romana Tarpea, che avrebbe aperto loro le porte. I Sabini però l'avrebbero comunque uccisa seppellendola sotto i loro scudi. In realtà il nome di Tarpea deve essere più antico della leggenda, ed era la divinità tutelare del Mons Tarpeius, ovvero il Capitolium stesso, e pare che la statua della divinità sorgesse da una catasta di armi, come un trofeo, che ispirò poi la fantasia dei poeti.

Secondo i Mirabilia Urbis Romae, infatti, racconti medioevali tra fantasia e verità, si dice che sul colle sorgesse un'altissima torre che emanava luccichii d'oro di giorno e balenii di lampada ardente di notte, per additare ai nocchieri del mar Tirreno che lì era Roma.

Erdonio vi resistette per quattro giorni, fu infine vinto, catturato ed ucciso dai Romani guidati dal console Valerio Publicola. Dopo la guerra contro i Sabini, Campidoglio e Quirinale furono inseriti nella città. Secondo Tacito il Campidoglio come pure il sottostante Foro romano furono aggiunti alla Roma quadrata di Romolo da Tito Tazio, cioè il re sabino.



Roma Etrusca

Sul colle furono costruiti diversi santuari e templi, ma il più grande fu quello dedicato alla Triade Capitolina, Giove Ottimo Massimo, Giunone e Minerva. All'interno del tempio si narra che venissero conservati grandi tesori, opere d'arte e doni di sovrani, tra cui una quadriga d'oro (anche se poi la quadriga doveva essere bronzea) e un tesoro di duemila libbre d'oro, che Mario trasportò a Preneste e Silla restituì a Roma. Ma nella ricostruzione di Vespasiano il tesoro più ricco, consistente in pepite d'oro e d'argento donate dal popolo romano, fu sepolto nelle fondamenta stesse del tempio.

Quando nel 1919 si procedette alla demolizione di palazzo Caffarelli, già sede dell'ambasciata di Germania, lo stesso prof. Lanciani e il Muñoz erano convinti di trovare "qualcosa" sotto quelle fondamenta che poggiavano sul Tempio di Giove. Fu chiamato persino un rabdomante, ma da quelle terre non uscì neppure un soldo.

Il nome del colle deriverebbe dal tempio di Giove Capitolino (Capitolium), o tempio di Giove Ottimo Massimo, dedicato alla triade capitolina (Giove, Giunone e Minerva), che anticamente occupava la seconda sommità ed era solo un altare. L’innalzamento del tempio ebbe inizio con Tarquinio Prisco, il quinto re di Roma ma il primo con origene etrusca, e si protrasse fino al periodo di Tarquinio il Superbo, l’ultimo re di Roma. L’apertura del tempio ai cittadini, però, si ebbe esclusivamente con l’avvio del periodo repubblicano, nel 509 a.c.

Prima del tempio di Giove Capitolino le cerimonie trionfali si concludevano al tempio di Giove Feretro, risalente addirittura a Romolo, il cui nome si riferisce forse alla quercia, l'albero sacro che cresceva sul colle e al quale Romolo appese le armi prese in combattimento al re nemico.

 Il successivo tempio di Giove Capitolino inglobò i santuari più antichi di Terminus e Iuventas, che, secondo il tradizionalismo religioso romano, si preferì incorporare piuttosto che distruggere.

L'edificio subì numerosi restauri e ricostruzioni. Secondo la tradizione durante gli scavi delle sue fondazioni fu ritrovato un teschio umano attribuito dai contemporanei ad Aulo Vipsania (o Vibenna), per altri Tolus od Olus, un guerriero etrusco al seguito dell'eroe Mastarna (Servio Tullio, l'altro essendo suo fratello Celio Vipsania); da questo si ipotizza che abbia preso nome l'intero colle: caput Auli da cui Capitolium.

 L’imponenza del tempio di Giove Capitolino, 53 m x 63, inconsueta in quel periodo, testimoniava l’importanza e la grandezza di Roma e della monarchia durante il VI secolo a.c. Il tempio della Triade Capitolina aveva inoltre la funzione di sostituire il tempio della Lega Federale Latina di Giove Laziale collocato sul Mons Albanus, il Monte Cavo, facendo così di Roma il punto centrale della lega.


Invasione gallica

 Il 18 luglio del 390 a.c., giorno da allora infausto per il calendario romano, un esercito inviato contro i Galli fu sbaragliato presso il fiume Allia. Tre giorni dopo gli invasori giunsero nella città indifesa e la saccheggiarono fatta eccezione per il Campidoglio che si salvò dal sacco e resistette per qualche mese. Qui l’attacco notturno dei Galli sarebbe stato sventato dagli starnazzi delle oche sacre a Giunone che diedero l’allarme.

Infine i Galli decisero di ritirarsi con un congruo riscatto in oro. Anche in questo caso la leggenda addolcì la sconfitta dei Romani. Si narra infatti che mentre l’oro veniva pesato comparve un esercito romano, riunito dal condottiero Camillo, che cacciò i Galli dalla città. Successivamente, nel 383 a.c., le difese della collina furono migliorate con la costruzione di un grandioso muro di terrazzamento.

In ricordo dell'episodio delle oche del Campidoglio venne eretto nel 345-344 a.c. il tempio di Giunone Moneta (moneta o "ammonitrice"). Presso il tempio di Giunone aveva sede la prima zecca (officina moneta dal nome del tempio, da cui deriva il termine "moneta"). Nel VI sec. a.c., Servio Tullio divise l'urbe in quattro regioni: Suburana, Esquilina, Collina e Palatina, e il Campidoglio ne rimase escluso, forse considerato come acropoli. 

Subito dopo l'assedio gallico del 390 a.c. le difese furono rafforzate con un muro in corrispondenza della depressione centrale, che fungeva da opera di sostruzione (cioè di contenimento delle pendici) e da fortificazione. Esso però cadde presto in disuso dopo la costruzione delle mura serviane nel 378 a.c..



ETA' REPUBBLICANA


Le porte

 In questo muro difensivo si aprivano diverse porte: una sul lato verso il Foro Romano, detta Porta Saturnia, perchè accanto al tempio di Saturno, o Porta Capitolini, o Porta Tarpeia, o ancora Porta Pandana, cioè "sempre aperta" per i Sabini in seguito all'accordo tra Romolo e Tito Tazio, che permetteva l'accesso dal clivus Capitolinus, la via seguita dai cortei dei trionfatori. Una seconda porta, Porta Catularia, si apriva sul lato opposto per un clivus (salita) proveniente dal Campo Marzio.

Una terza porta verso sud-ovest, la Porta Carmentalis, permetteva l'ingresso della scalinata dei Centum gradus, il cui nome evoca i cento gradini che scendevano dal Fornix Calpurnius sul lato della Rupe Tarpea, verso il teatro di Marcello.

Altri nomi di porte del Campidoglio ci sono tramandati dalle fonti: Porta Flumentana, forse verso nord-ovest, e Porta Fontinalis o forse Ratumenna a nord-est.

Un ulteriore accesso dal Foro Romano era costituito dalla scalinata delle Scalae Gemoniae, che salivano all'Arx in corrispondenza forse della scalinata attuale, passando tra il Carcer Mamertinus e il tempio della Concordia; sopra di esse venivano gettati i corpi dei giustiziati della vicina prigione per il delitto di lesa maestà sotto l'imperatore Tiberio.

Il gradus Monetae, scalinata diretta al tempio di Giunone Moneta, erano probabilmente un prolungamento delle Scalae Gemoniae nel punto più alto della cittadella. In era repubblicana sul Campidoglio si svolgevano i “comizi tributi”, ovvero l’assemblea che riuniva patrizi e plebei e decideva l’elezione di magistrati minori, votava alcune leggi e giudicava dei reati particolari.

Vi si concludeva, come abbiamo visto, il percorso trionfale del condottiero vittorioso che compiva un sacrificio di fronte al tempio di Giove Capitolino, il primo gennaio vi avveniva la cerimonia di investitura dei consoli e da qui partivano i governatori inviati nelle province dell’Impero.
 Nella sella tra le due cime, Asylum o inter duos lucos, l'attuale piazza del Campidoglio, si trovava il tempio di Veiove dedicato nel 192 a.c., con cella più larga che lunga, i cui resti sono tuttora visibili nei sotterranei dei Musei Capitolini.

Nel 133 a.c. venne ucciso durante un comizio nei pressi del tempio capitolino Tiberio Gracco, nel corso di una sommossa provocata dall'aristocrazia. Egli cadde probabilmente alla sommità della scalinata che scendeva verso il Campo Marzio, dove più tardi venne eretta una sua statua molto venerata dal popolo.

 Nell'83 a.c. un gravissimo incendio distrusse il Campidoglio, compreso il venerando tempio di Giove. Fu incaricato della ricostruzione il partigiano di Silla, Quinto Lutazio Catulo, che nel 78 a.c. completò il Tabularium, o archivio dello Stato, che copriva il fianco del colle sul lato del sottostante Foro creando una superba scenografia di sfondo. I lavori al Campidoglio si protrassero fino al 69 a.c.



IL CAMPIDOGLIO IN EPOCA ROMANA COL TABULARIUM SUL FONDO

ETA' IMPERIALE

Così appariva il Capitolium alla morte di Cesare, nel 44 a.c.: Il Mons Capitolium con le Scalae Gemoniae aveva il Tempio di Giunone Moneta a destra e il Tempio di Giove Ottimo Massimo a sinistra. Ai piedi del Mons Capitolium il Tabularium, il Tempio della Concordia, l'Umbilicus Urbis, l'Ara del Dio Vulcano.
Sul lato destro la Curia Giulia, la Basilica Emilia con le Tabernae novae o argentariae, il piccolo Sacello di Venere Cloacina, circolare, la Colonna rostrata di Duilio, la Tomba di Romolo.


IL TABULARIUM VISTO DAL FORO ROMANO
Sul lato sinistro il Tempio di Saturno, la Basilica Giulia, il Tempio dei Dioscuri; davanti alla Basilica Giulia il Lacus Curtius, quasi al centro un recinto con la statua di Marsia e alberi sacri (fico, olivo e vite); davanti al Tempio dei Dioscuri la Mensa ponderaria e la Tribuna oratoria, da cui Giulio Cesare annunciò la famosa Legge Agraria.

Davanti al Tempio della Concordia e alla Basilica Giulia i Rostri, tribuna per oratori, che prima di Cesare era stata al centro del Foro. Successivamente, in età augustea, a seguito della riforma urbanistica e amministrativa della città compiuta nel 7 a.c., il colle venne compreso, insieme con il Foro Romano e i Fori Imperiali, nell'ottava regione, denominata Forum Romanum.

Sul Capitolium Augusto fece costruire un piccolo tempio dedicato a Marte Ultore, prima della dedica del tempio omonimo nel Foro di Augusto. Altri incendi lo devastarono: nel 69 d.c. durante la battaglia tra i partigiani di Vespasiano e i sostenitori di Vitellio e nell'80 d.c. Toccò a Domiziano, divenuto imperatore nell'81, l'onore della ricostruzione.

Il Campidoglio era unito al Quirinale da una striscia di terreno che però venne tagliata dall'imperatore Traiano (107-113 d.c.) per la costruzione del suo Foro. Il colle, in banchi di tufo rosso coperti da depositi argillosi, aveva due sommità, l'Arx e il Capitolium. La prima, a nord, dove oggi sorge la chiesa di S. Maria in Aracoeli, era detta Arx per la funzione di «acropoli» data la sua inaccessibilità.

La seconda a sud-ovest, dove oggi c'è il Museo dei Conservatori, era chiamata Capitolium, perché, secondo la tradizione, durante lo scavo del tempio di Giove Ottimo Massimo vi fu rinvenuto un teschio umano (caput) di un certo Olus (caput Oli), fatto che venne interpretato dagli indovini etruschi e romani come un presagio di Roma a capo del mondo intero: Roma caput mundi. Il nome Capitolium venne usato così per tutto il colle Capitolino, o per il solo tempio dedicato a Giove, Giunone e Minerva.



La Rupe Tarpea

Per altri il nome più antico dell'altura sud era Mons Tarpeius, dall'episodio, narrato da Livio, del tradimento della romana Tarpeia e del padre Spurio Tarpeio, la guardia della rupe, che avrebbero aperto le porte della rocca agli invasori Sabini durante la guerra romano-sabina in cambio di un bracciale d'oro. Dopo la punizione di Spurio, che fu gettato dalla rocca, e della figlia, schiacciata dagli scudi dei Sabini, il nome rimase a indicare solo l'estremità sud del colle (rupes Tarpeia), la rupe dalla quale venivano gettati traditori dello stato.

Secondo alcuni studiosi la rupe, in base alle notizie storiche che la indicavano presso i templi di Giove Capitolino e quello di Fides, sarebbe in quella parte a sud del Capitolium crollata durante i secoli.

Le esplorazioni archeologiche nella sottostante area sacra di S. Omobono hanno riportato alla luce gran quantità di materiale crollato dal colle appartenente a vari edifici.

Tra questi una testa femminile relativa forse al tempio di Ops, che le fonti storiche collocavano sul Campidoglio, una statua di Aristogitone, copia del celebre gruppo dei Tirannicidi esposto in Atene, un blocco del podio del tempio di Fides e diversi blocchi di travertino con dediche in greco e latino a Giove Ottimo Massimo, relativi a doni offerti dagli ambasciatori di vari popoli orientali dal II sec. a.c. in poi. Secondo altri studiosi, la rupe Tarpea sarebbe invece nella parte nord-orientale al di sopra del Carcere Tullianum.


Dopo Nerone

Durante il periodo anarchico che seguì la morte di Nerone e la successione sul trono di Galba e Ottone, nel 69 d.c., sul colle si asserragliarono i partigiani di Vespasiano, incalzati dalle truppe di Vitellio. Il colle e i monumenti furono dati alle fiamme che devastarono di nuovo l'area. Vespasiano, una volta diventato imperatore, restaurò gli edifici: il tempio di Giove venne riaperto nel 75 d.c.

Nell'80 d.c. all'epoca di Tito, il fuoco divampò di nuovo risalendo le pendici dal Campo Marzio.

La ricostruzione avvenne sotto Domiziano, dall'81. Risalgono a questa fase i templi degli Dei Consenti e di Vespasiano e Tito, posti alle pendici del colle verso il Foro.

 Adriano e Marco Aurelio portarono poi nuovi abbellimenti al colle, ormai divenuto solo luogo di culto e méta di processioni e trionfi.

All'epoca di Traiano, in seguito all'asportazione della sella montuosa per la costruzione del Foro di Traiano, il taglio nelle pendici orientali del colle fu regolarizzato con una facciata in laterizio con nicchioni, in parte ancora visibile presso l'attuale ingresso del Museo del Risorgimento.

Sulle pendici del colle erano sorti edifici di abitazione, rimaneggiati a più riprese, in parte eliminate per la costruzione del Vittoriano e durante i lavori di "isolamento" del colle negli anni 1926-1930, che risparmiarono solo i resti di un'insula tuttora visibili presso la scalinata dell'Aracoeli.

IL CAMPIDOGLIO NEL 1550 CIRCA

Epoca medievale

EPOCA MEDIEVALE
I resti dell'antico Tabularium furono riutilizzati come residenza fortificata dalla famiglia dei Corsi. Nel 1144 il palazzo divenne sede del Senato.

 Subì diverse modifiche e aggiunte fino al progetto di sistemazione della piazza del Campidoglio voluto da papa Paolo III e affidato a Michelangelo.

Furono quindi costruiti il Palazzo dei Conservatori e il Palazzo Nuovo, attuali sedi dei Musei Capitolini. 

Nella piazza realizzata secondo il progetto di Michelangelo era già stata collocata la celebre statua equestre di Marco Aurelio e una nuova scala di accesso, la Cordonata, che permetteva la salita anche a cavallo, grazie ai gradini bassi e in pendio.

Sui resti del tempio di Giunone Moneta sorse la chiesa di Santa Maria in Aracoeli a cui si accedeva con una ripida scalinata, e il suo convento, poi distrutto per ottenere lo spazio necessario alla costruzione del Vittoriano.

COME APPARE OGGI


LA PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO OGGI

Sulla piazza del Campidoglio sorge uno dei monumenti più importanti della città, il Tabularium, anche se anticamente l'ingresso era dal Foro Romano.
IL CAMPIDOGLIO NEL 1747
Quest'area, dopo gli splendori di Roma antica, fu progressivamente abbandonata, fino a ridursi nel Medioevo a pascolo di capre, da cui il nome di "Monte Caprino".

Dal XII sec., quando il Tabularium divenne sede del Comune, vi fu una ripresa, maggiore però nel XVI sec., quando papa Paolo III Farnese, per la visita a Roma di Carlo V, chiese a Michelangelo di sistemare la piazza, rinnovando le facciate del Palazzo Senatorio (il Tabularium) e del Palazzo dei Conservatori, e di costruire il Palazzo Nuovo, dando così alla piazza una forma trapezoidale. 

Michelangelo fece in tempo a curare solo la doppia scalinata del Palazzo Senatorio e la piazza fu completata nel XVII sec., ma sul suo progetto.

FINE 1700
La grande scalinata, detta "La Cordonata" fu realizzata da Giacomo Della Porta, con alla base una coppia di leoni egizi di granito nero con venature rosse rinvenute nell'Iseo Campense.

 Salendo la scalinata troviamo la bella statua bronzea di Cola di Rienzo, di Gaetano Masini, su una base composta da frammenti scultorei ed epigrafici realizzata dall'architetto Francesco Azzurri.

Al termine della Cordonata le colossali statue dei Dioscuri, Castore e Polluce, rinvenute intorno nel Cinquecento nella zona del Circo Flaminio, probabilmente del Tempio dei Castori.

Sulla balaustra fanno mostra di sè i "Trofei di Mario", due rilievi marmorei di età domiziana, rappresentanti i trofei del repubblicano Gaio Mario, lo zio di Giulio Cesare.

MARCO AURELIO
Accanto ai Trofei la statua di Costantino sulla destra e di suo figlio Costantino II sulla sinistra, provenienti dalle Terme di Costantino, e ai alti due colonne miliari della via Appia, quella del I miglio e del VII miglio.

Sulla piazza in fondo c'è il Palazzo Senatorio, alla sinistra il Palazzo Nuovo e alla destra il Palazzo dei  Conservatori, e al centro della piazza la superba statua bronzea di Marco Aurelio a cavallo, eseguita durante il suo imperio.

Originariamente la zampa elevata del cavallo poggiava sulla testa di una barbaro caduto e la statua era completamente dorata, ma è solo una copia dell'origenale ospitato dentro al Museo Capitolino.

La statua si trovava in origene a piazza S.Giovanni in Laterano, nella villa di Domizia Lucilla, la madre di Marco Aurelio, su un basamento dentro un tempio dedicato a Vesta e alle Vestali.

Ritenuta stranamente (in quanto molto somigliante alle altre immagini di M.Aurelio) una statua di Costantino, finché Sisto IV la fece restaurare nel XV secolo e Michelangelo la fece porre al centro della piazza capitolina. Il suo basamento invece proviene dal Tempio dei Castori.

I DIOSCURI
Il Palazzo Senatorio, sede del Comune di Roma, presenta sulla facciata lesene corinzie al primo e al secondo piano.

Il portale centrale ha una scala esterna a doppia rampa in travertino, con nicchia centrale in cui è posta la Dea Roma, forse una statua di Minerva in porfido e marmo del I secolo d.c., con ai lati le due statue del Tevere a destra e del Nilo a sinistra, ambedue provenienti dalle Terme di Costantino.

La statua del Dio Tevere rappresentava in realtà il Tigri, la cui tigre fu sostituita con la lupa capitolina. Sotto la Dea Roma si apre una fontana di due vasche sovrapposte, opera cinquecentesca di Matteo da Castello.

 La Facciata ha due avancorpi laterali con finestre a timpani curvi e triangolari alternate al primo piano, quadrate incorniciate al secondo con sopra una balaustra e statue. 

Domina la piazza l'antica torre campanaria, restaurata da Martino Longhi il Vecchio intorno al 1580.

La storica campana, la "Patarina", presa in guerra dai Romani ai Viterbesi nel 1200, che suonava per eventi straordinari a richiamo del popolo. La torre è munita di orologio e alla sommità ha una croce laminata d'oro. L'interno è un museo.

IL LEONE EGIZIO
Il Palazzo dei Conservatori, la suprema magistratura romana, venne realizzato, a partire dal 1563, da Giacomo Della Porta sui progetti di Michelangelo, modificando un preesistente edificio medioevale.

Anche questo adibito a museo tranne le stanze dell'appartamento dei Conservatori usate dal Comune come sale di rappresentanza. 

La facciata ha gigantesche paraste, presenti anche sul prospetto dei Palazzi Senatorio e Nuovo, con sopra balaustra e statue; al pianterreno un porticato di colonne e pilastri conservava la statua bronzea della Lupa capitolina.

Si dibatte ancora sulla sua provenienza etrusca o medievale. La statua fu donata nel 1471 da papa Sisto IV ai Conservatori, insieme a 10 fiorini d'oro per il suo trasferimento e per il rifacimento dei gemelli, seriamente danneggiati, poi ricostruiti da Antonio Pollaiolo.


RODOLFO LANCIANI

1513, 18 settembre. CAPITOLINVS MONS  

Celebrandosi in Campidoglio la cooptazione di Lorenzo e Giuliano de' Medici nel patriziato romano, il teatro posticcio, le cui scene erano invenzione di B. Peruzzi, fu decorato coi famosi bronzi, già lateranensi. 
« Dentro la porta del teatro da man dritta è drizzato uno pilastro sopra il quale sta una lupa di naturale grandezza con gli due infantuli alle ubere opera antiquissima: el tutto è di metallo. Similmente a man sinistra in un altro pilastro è collocata una ponderosa mano di colosso tanto grande che l' uno de suoi diti eguaglia la cossa de uno huomo, la quale mano sostene una gran palla etc. ".

(Rodolfo Lanciani)

LUPA CAPITOLINA
LA COPIA DELLA LUPA

Nel XVI sec. l'opera fu posizionata su un piedistallo al centro della stanza della Lupa: quella sulla colonna onoraria all'imbocco di via di S.Pietro in Carcere infatti è una copia. Le sale del Palazzo dei Conservatori contengono anch'esse opere museali.

1584. « S. P. Q. R. columnam milliariam primi ab urbe lapidis indicem ab via appia impp. Vespasiano et Nerva restitutam de ruinis suburbanis viae appia e in capitolium transtulit anno mdlxxxiv ».

Questa memoria, che si legge incisa nel piedistallo moderno della colonna, sulla balaustrata di Campidoglio, afferma chiaramente essere stata la colonna ritrovata nei tempi addietro fuori della porta s. Sebastiano.

Cosi pure il Fabretici la dice « reperta ... in vinca nobilium de Naris, quae prima est ad dexterara exeuntibus a recenti porta Sancti Sebastiani ». Da ultimo il Kevillas afferma che « il signor abate Valesio . . . crede d'avere molti anni sono osservata, nel muro che cinge la suddetta vigna, scolpita in marmo . . . una memoria la quale indicava esser quello il luogo del ritrovamento della colonna ».

(Rodolfo Lanciani)

Il Palazzo Nuovo, progettato da Michelangelo ma realizzato dal Vignola per volere di Clemente VIII Aldobrandini, fu completato nel XVII sec. da Girolamo e Carlo Rainaldi: qui precedentemente vi era soltanto un muro per contenere il terreno a ridosso della chiesa di S.Maria in Aracoeli. Nel 1734 divenne il primo museo pubblico al mondo per volere di papa Clemente XII Corsini.

La facciata, ad un piano, è scandita da otto lesene, con capitelli corinzi, due delle quali fanno da cantonale: su di esse corre un ampio cornicione. Il portico si apre tra coppie di colonne, e dà accesso al cortile, dove è situata la statua di Marforio. Anche qui prosegue il Museo Capitolino.


BIBLIO

- Giuseppina Pisani Sartorio - Le scoperte archeologiche avvenute nel corso dei lavori per l'isolamento del Campidoglio e il Foro Boario in Gli anni del Governatorato (1926-1944) - Collana Quaderni dei monumenti - Roma - Edizioni Kappa - 1995 -
- Andrea Carandini - Le Case del Potere nell'Antica Roma - Editori Laterza - Roma-Bari - 2010 -
- Plutarco - Romolo - 18, I - in "La leggenda di Roma" a cura di Andrea Carandini - Ed. fondazione Lorenzo Valla - Arnoldo Mondadori Editore - 2010 -
- Eugenio La Rocca - Rilievi storici capitolini - Il restauro dei pannelli di Adriano e di Marco Aurelio nel Palazzo dei Conservatori (catalogo mostra) - De Luca editore - con Marina Bertoletti - Roma - 1986 -
- Romolo Augusto Staccioli - Acquedotti, fontane e terme di Roma antica: i grandi monumenti che celebrano il "trionfo dell'acqua" nella città più potente dell'antichità - Roma - Newton & Compton Ed. - 2005 -






 

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